A Purim, l’usanza di mascherarsi simboleggia il tema del nascondimento e della trasformazione, centrali nella festività. La regina Ester cela la propria identità e nella Meghillah il nome di Dio non compare, a rappresentare una provvidenza nascosta. Introdotta nel Medioevo, probabilmente per influenza del Carnevale, questa tradizione ha acquisito un profondo significato ebraico: coprire e rivelare, invertire e trasformare. Le maschere celebrano il rovesciamento dei destini e la protezione divina, rendendo Purim un giorno unico di gioiosa riflessione e allegria.


La tavola è centrale nella storia di Purim che inizia con il rifiuto della regina Vashti ad unirsi al banchetto del consorte, re Assuero. Un banchetto è anche l’occasione per Ester di svelare la sua vera identità. Il cibo di questa festa è simbolo di abbondanza e condivisione ed è al centro di due mitzvot, precetti: il pasto festivo e il mishloach manot, dono di cibi a parenti e amici. Le ricette, ricche e varie, celebrano il tema del “ripieno”, che richiama identità celate e rivelate, come nella Meghillah. Dai dolci triangolari ashkenaziti Hamantaschen, le tasche di Aman che in Italia sono diventate le orecchie di Aman con una ricetta modificata, alle frappe di ambito romano, fino ai Festoni di Purim, dolci di zucchero tipici di Ferrara.
Formine in legno per i “Festoni di Purim”, dolci tipici e unici della tradizione ebraica ferrarese. Realizzate da un ebanista locale nel dopoguerra (1945-1946), sono oggi conservate nella Collezione Roberta Anau, Torino.
“La Sparsciandata”, poemetto anonimo in giudaico-romanesco dedicato alla gastronomia ebraica, connesso al Purim. Inizio XX secolo, edizione Rimmonim (2005). Ferrara, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah.
Crescenzo Del Monte (Roma, 1868-1935), “La cena de Purimme”, da Sonetti giudaico-romaneschi, Firenze 1927 (ed. Giuntina 2007). Libro a stampa, 19,6 × 14 cm. Roma, Biblioteca del Centro di Cultura Ebraica.



